Refugees Belgrado — Alle porte dell'ultima frontiera

One Bridge to Idomeni · Belgrado · Marzo 2017

Refugees
Belgrado

…alle porte dell'ultima frontiera

Reportage documentario 33 fotografie Mostra itinerante

«Sono tornato con poche foto ma con un'indicibile gratificazione emotiva — frutto della consapevolezza di aver fatto qualcosa di buono.»

Nel pieno centro di Belgrado, sul retro della stazione centrale, più di mille profughi — prevalentemente adolescenti afgani e pakistani — occupano da mesi vecchi stabili fatiscenti in attesa dell'occasione propizia per varcare il confine serbo-ungherese: ultima tappa della rotta balcanica dei migranti in fuga da guerra e persecuzioni.

Sono partito con l'associazione OneBridgeToIdomeni nel marzo 2017. Alla partenza la mia intenzione era quella di fare tante foto, di arricchire il portfolio. Sono tornato con qualcosa di diverso: la consapevolezza che l'aiuto più grande e prezioso che possiamo dare — e ricevere — è il rispetto e l'interesse genuino per la vita degli altri.

Non sapevo dell'energia emotiva che questi ragazzi senza patria emanano e che ti pervade. Non sapevo di trovare una comunità di persone che cooperano, si aiutano, si proteggono — una sensazione di fratellanza difficilmente paragonabile a qualcosa che conoscessi già prima. Cerchiamo tutti un posto migliore. La differenza? Che i profughi sanno quello che non vogliono. E noi non sappiamo ancora cosa ci manca, finché non ce lo troviamo davanti.

Andrea Agatoni · Belgrado, marzo 2017

La rotta
balcanica

Dopo la chiusura delle frontiere da parte di Ungheria e Croazia, Belgrado diventa un limbo. Più di 1.200 rifugiati si ritrovano bloccati negli edifici abbandonati della vecchia stazione ferroviaria centrale — senza acqua corrente, senza servizi igienici, senza elettricità.

Bruciano plastica, pneumatici e rifiuti per combattere il freddo. Le esalazioni tossiche rendono l'aria irrespirabile. Il 40% dei rifugiati è affetto da scabbia, secondo un rilevamento MSF. Tutti i pasti vengono distribuiti e consumati a terra, nei piazzali tra gli edifici occupati.

I tentativi di varcare il confine ungherese hanno nella quasi totalità esiti drammatici: i gruppi vengono individuati con cani addestrati, privati di tutto e rispediti a Belgrado dopo aver subito maltrattamenti incompatibili con i più elementari principi di dignità umana.

Eppure, in questo scenario, esiste una comunità. Persone che si proteggono, si aiutano, lasciano passare avanti i bambini e gli anziani nella fila del cibo. Una fratellanza nata dalla necessità, che racconta più di mille parole sui valori che dicono di difendere i confini che li respingono.

1.200+
rifugiati a Belgrado
40%
affetti da scabbia (MSF)
1,2M
persone sulla rotta balcanica
2017
marzo — missione umanitaria

Prima esposizione

«One Bridge to Idomeni»

Mostra fotografica itinerante · Esposizione inaugurale

25 aprile 2017 · Via Cantarane 26, Verona
Presso la sede ANPI di Verona

Associazioni partner

OneBridgeToIdomeni ANPI Verona Emergency Amnesty International Libera MSF — Médecins Sans Frontières
Aggiornamento · Maggio 2017

Cosa è rimasto
di quel campo

Le foto di questo reportage sono state scattate nel marzo 2017. Meno di due mesi dopo, l'11 maggio 2017, le autorità serbe hanno sgomberato e demolito l'intero insediamento. Circa 1.400 rifugiati — afghani, pakistani, siriani — sono stati trasferiti forzatamente nei centri di accoglienza ufficiali di Krnjača e Obrenovac, lontano dal centro città.

Lo sgombero non era casuale. Quei capannoni dismessi alle spalle della stazione ferroviaria centrale — l'ex area di parcheggio e deposito che aveva ospitato per mesi una comunità invisibile — si trovavano su un'area destinata a diventare il Belgrade Waterfront: un maxi-progetto immobiliare da 3,5 miliardi di euro commissionato dal governo serbo alla società emiratina Eagle Hills, con lussuosi appartamenti, hotel e centri commerciali affacciati sul Danubio.

L'area dove queste persone sopravvivevano al freddo bruciando plastica è oggi un cantiere di lusso. Il confine tra chi può permettersi la città e chi viene espulso dalla città è rimasto esattamente lo stesso.

Secondo le testimonianze raccolte da organizzazioni umanitarie, durante le operazioni di sgombero la polizia distrusse le tende all'interno dei capannoni, fu ordinato ai volontari di interrompere la distribuzione di cibo e vennero spruzzati veleno per topi e pesticidi. La demolizione del primo edificio iniziò all'alba del 5 maggio. Il campo era completamente raso al suolo nel giro di pochi giorni.

La rotta balcanica non si è fermata. Le persone in movimento sono semplicemente diventate ancora più invisibili — spostate in centri isolati, lontane dagli occhi della città che continuava a vivere. Il Belgrade Waterfront oggi sorge dove quelle fotografie sono state scattate.

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